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Chi ha inventato i coriandoli?

Dai confetti di semi e zucchero ai confetti di carta: storia di una piccola invenzione che sa un poco di Trieste

Le tradizioni sono costellate di elementi piccoli, minuti, di gestualità che abbiamo appreso fin da piccoli e che compiamo e ripetiamo senza esserci mai chiesti quale sia la loro origine.  

Se provassimo a pensare al Carnevale e ci lasciassimo andare, la catena di parole e immagini che ci verrebbe in mente comprenderebbe le maschere, il martedì grasso, i carri, i dolci tipici…

E i coriandoli: elementi così minuscoli e quasi impalpabili tanto da meravigliarsi al pensiero che qualcuno si sia impegnato per la loro invenzione.

Trieste è lo scenario perfetto in cui si innesta, almeno in parte, la storia dei piccoli pezzi di carta colorata. Si potrebbe immaginare che siano nati da soli, da qualche cartaccia strapazzata dalla Bora tra i palazzi della città, fino a venirne ridotta in frammenti, poi sollevati e portati in giro dalle lunghe gonne di piccole fatine.

I coriandoli sono coloratissimi e talvolta, osservandoli da vicino, vi si notano sagome di lettere stampate. La casualità sembra dettarne la nascita, svelando l’origine dal riciclo di vecchie pagine di riviste. 

Il loro nome è stato nel tempo oggetto di confusione: nel Rinascimento coriandolo veniva scambiato con confetto quando, durante i matrimoni o durante il Carnevale, si usavano lanciare delle caramelle composte da semi – della pianta del coriandolo, appunto – ricoperti di zucchero. 

Fiori, monete, arance, pallottole di gesso, ma anche di fango, gusci riempiti di essenze aromatiche, fino ad arrivare a uova marce tout court o monetine arroventate che avrebbero causato un brutto scherzo a chi le avesse raccolte: il gesto di lanciare piccoli oggetti è antico, la varietà degli elementi scelti nel corso della storia è sorprendente.

L’irriverenza dovette essere arginata e già nel 1597 una «grida» del governatore spagnolo di Milano impose di adoperare soltanto «uova d’acqua muschiata et veramente odorifera» sotto minaccia di una multa di 25 scudi o di una pena corporale.

Storici e antropologi hanno dibattuto intorno al significato del gesto.  Alcuni ci riportano alla phyllobolia greca, ovvero il lancio di foglie, petali e rametti sugli atleti vittoriosi, gli eroi di una battaglia. Altri invocano i poteri incantati attribuiti a fiori e piante, alludendo a un rito magico.

Ma quando e come i confetti di semi ricoperti di zucchero diventano delle leggerissime bricioline di carta?

A fronteggiarsi per la loro paternità sono due uomini di ingegno: il milanese Enrico Mangili e il triestino Ettore Fenderl.

Il primo, proprietario di una filanda nella zona di Crescenzago, ebbe l’idea di commercializzare come coriandoli i dischetti di scarto che risultavano dalla preparazione delle carte traforate adoperate come lettiere per l’allevamento dei bachi da seta. Mangili fu precursore dell’attenzione contemporanea alla riduzione, quanto maggiore possibile, degli scarti industriali. Si avvicinò all’invenzione con un approccio tecnico mirato. Riconosceva valore alle feste carnevalesche: partecipava all’organizzazione del Carnevale dei Fanciulli milanese. Il suo intento era quello di fornire un’alternativa ai confetti di gesso – a Milano venduti in esclusiva dalla Corporazione dei Facchini – proibiti a più riprese dalle autorità comunali durante i festeggiamenti del Carnevale: il loro lancio era pericoloso, costringeva le dame a proteggersi il volto con reticelle molto spesse e ombrelli robusti. 

Fenderl, morto ultracentenario nel 1966, fu un animo eclettico: progettista di grandi opere come fabbriche e ferrovie, studioso di radiologia, testimonia con fierezza la sua intuizione annoverandola nella propria epigrafe. Ed è così che la “piccola invenzione” dei coriandoli di carta appare a poche righe di distanza dalla fondazione delle centrali di acetilene e dagli studi pionieristici sulla radioattività. Ettore Fenderl descrive nel dettaglio le circostanze della sua invenzione durante un’intervista radiofonica alla Rai degli anni Cinquanta: nel corso del Carnevale del 1876, a quattordici anni, non avendo la disponibilità economica necessaria per acquistare i coriandoli di gesso, ebbe l’idea di tagliare a triangolo delle carte colorate. La casa da cui si affacciò per lanciare i pezzettini di carta sulla folla in festa si trova in Piazza della Borsa a Trieste ed è oggi facilmente individuabile: si tratta della casa bassa con tre poggioli – ora tinteggiata color salmone – a fianco della palazzina dell’architetto Max Fabiani. «Il primo successo è stato disastroso» raccontò Fenderl alla radio, descrivendo i rimbrotti e le grida delle ragazze coi coriandoli nei capelli e l’arrivo delle guardie che lo misero in contravvenzione e gli sequestrarono tutti i materiali.

La diffusione dei coriandoli cartacei fu inarrestabile: nel 1891 colorarono le feste di Carnevale al Casinò parigino organizzate dal Direttore Teatrale Robert Luè, poi l’anno seguente apparirono – con il nome Confettis de Paris – alla corsa dei carri di Nizza. Nel 1894 i coriandoli comparvero nelle litografie di Toulouse-Lautrec e l’anno seguente ispirarono il titolo di una canzone in francese.

Unica città al mondo, Parigi li proibì tra il 1919 e il 1933: la ragione fu, oltre che economica – visti i costi della pulizia delle strade -, anche igienica: secondo alcuni, infatti, i piccoli frammenti di carta sarebbero stati vettori della diffusione di germi e batteri.

Uno dei temi importanti che riguardano materiali dall’uso evanescente come i coriandoli è la consapevolezza che il loro smaltimento può generare rifiuti non biodegradabili. Non solo il loro packaging incide sulla sostenibilità, quanto piuttosto la pulizia delle strade in seguito a un impiego massiccio.

Se Fenderl ci è caro per la sua radice triestina, Mangili ci insegna a prestare attenzione all’impatto ambientale e a scegliere le opzioni meno gravose.

Quando ci spingiamo tra le persone che affollano le piazze il martedì grasso e lanciamo una manciata di coriandoli, sappiamo di compiere un gesto che probabilmente darà fastidio, farà sbuffare chi magari passando per caso vicino a noi sarà investito da quella nuvola di bricioline colorate. 

Ma sarà un dispetto autorizzato: a Carnevale nessuno può rimproverarti e il senso della festa deve portare a sciogliere tutto in una risata.

Che poi le risa più grandi le farai quando te li ritroverai sul pavimento del bagno, mentre cercherai di scaldarti con un doccia calda dopo aver seguito la sfilata al freddo pungente di febbraio. Forse ti scoprirai a sorridere anche giorni dopo, quando ne troverai qualcuno sul fondo del cestello, togliendo il bucato dalla lavatrice.

Poco importa se il paragone non regge e abbiamo perso l’allure solenne dei nostri avi, che lanciavano piccoli oggetti per celebrare gli eroi. 

Fenderl lo disse orgoglioso nella sua intervista alla radio: «Sono superbo di questa piccola invenzione quando penso alla sua immensa espansione per il divertimento di tanti».

La “piccola invenzione” ha funzionato, godiamocela.